naturaumana e a pieni polmoni
Aprile 9, 2009 comunicati, fotograficamente No CommentsSono state pubblicate due nuove raccolte nella galleria.

Sono state pubblicate due nuove raccolte nella galleria.

Passeggiando in montagna in uno dei pochi giorni di tregua che le piogge hanno concesso alla terra Calabra questo era il panorama alle 9 di mattina poco oltre 1000 metri di quota sui piani dell’Aspromonte settentrionale: cosa vedo? acqua! a terra ovunque. Dal cielo? no! Ma l’aria? Dov’è l’aria? C’è solo acqua! Acqua! Acqua!
Un po’ d’aria… un po’ di tregua!

"Maestraaa! Posso fare una domanda?" disse il bimbo alzando la mano e puntando l’indice in alto…
Affezionatissimo al CAMS (Centro Arti Musica e Spettacolo) dell’Università della Calabria e quindi conoscendo il programma delle mostre attendevo con ansia - beh, forse ansia è esagerato, ma curiosità no! - la mostra fotografica "Human Macro in Calabria - visioni fotografiche della natura" perché sembrava quella più "meo generis"…
Il 16 Aprile c’è stata l’inaugurazione. Ovviamente non sono mancato!
Non solo mi è piaciuta, ma ho anche trovato delle stupende persone da cui in pochi minuti ho imparato e ho fatto il pieno di entusiasmo!
La mostra è molto gradevole, ricca del punto di vista dei tre artisti, di splendide foto e di una ricerca umana nei soggetti ritratti. Ecco, i soggetti… sono microscopici dettagli insignificanti ma comuqnque protagonisti assoluti di un micromondo coloratissimo e ricco di vita, sono insetti, fiori, luci, ombre, ma soprattutto con le sfumature degli sfondi (è questa una delle più grandi sfide di questa branchia della fotografia) è ritratto il punto di vista di chi è dietro l’oculare.
Per avere un’idea di cosa sia questo mondo invito la visita di due dei maestri e autori di questa mostra:
Frank Armocida
Giap Parini
(in attesa di un link per Donatella Loprieno)
Quindi, non potendo non sposare un regolamento che recita:
ora anche io partecipo e invito a partecipare a photobugs.org .
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Yasha e Makinon close-up |
Yasha’s eye |
Avevo ben dieci anni quando presi per la prima volta una macchina fotografica in mano, direi abbastanza tardi, soprattutto in confronto ai ragazzini di oggi…
Avevo solo dieci anni quando prendevo per la prima volta una reflex (a pellicola) in mano. Lei per me era una macchinetta fotografica, e quelle cose tutte automatiche erano solo delle scatolette…
Appena cominciai ad appassionarmi un po’ di più alla foto, intorno ai diciotto anni iniziò a dare diversi problemi. Tante riparazioni (e soldi!!!) con scarsissimi risultati. Dopo anni finalmente mi sono deciso a prendere la situazione in mano, ho chiesto aiuto a una persona che di foto ne capisce di sicuro più di me, l’ho portata a riparare a Milano e in pochi giorni è tornata a vedere e far vedere la luce.
In un primo momento pensavo di darle un nome come ho fatto con Koda (la mia digitalissima Kodak P850) del genere Prima, Cruda… dopo una riflessione con un’amica ho deciso di non cambiarle il nome: è già così bello il suo Yashica! Al massimo per "tribalizzarlo" un po’ diventerà Yasha!
Si tratta dunque di una Yashica FX-3 dotata dell’obiettivo Yashica Lens 50/2.0 dato "di serie" con il corpo macchina". Nel parco attrezzatura fotografica dei miei genitori c’è anche un Makinon 80-200/4.5, di poco valore ma mi permetterà di capire un sacco di cose e di giocare parecchio.
All’università insegnano che ormai non esiste più un paesaggio naturale.
L’uomo ha cambiato ogni paesaggio direttamente o indirettamente (leggi cambiamenti climatici) da poter affermare che non esiste più un paesaggio naturale.
Sin dal primo momento non mi sono trovato d’accordo, nonostante le ulteriori spiegazioni dei docenti io ho continuato a pensare che non può essere così e non perché per me paesaggio naturale è qualcosa di poco naturale, ma forse solo perché penso che l’uomo sia, o megio possa essere, un elemento della natura.
E’ chiaro che una città per quanto zeppa di parchi non sarà mai un elemento naturale nel paesaggio, ma un paesino dove tutte le case sono fatte in pietra e calce con i tetti in pietra e le travi in legno… dove non arrivano automobili, ma solo viandanti, escursionisti, viaggiatori, pastori o boscaioli.
Un’ora di cammino, a piedi lungo le irte pendici di uno splendido castaneto fonte di legname per le popolazione del posto popolata qua e là da semplicissime costruzioni in pietra, calce e legno usate come abitazione o stalle. Un’ora.
Io mi sono convinto che lissù il paesaggio e la vita sia naturale. Ala fine, le formiche non impattano in qualche modo sul paesaggio con i loro formichieri? E gli stormi di scuri uccelli? E cosa dire degli elefanti? E delle grida moleste di alcune specie di scimmie nel cuore ella foresta? Non è forse un impatto ambientale? E dell’attività di pascolo capace di distruggere interi boschi?
E l’uomo cos’è se non un animale evoluto? Un animale che vive nella comodità…
Dunque l’uomo può anche essere coautore di un paesaggio naturale!

Cade…
copre
anonima.
Non esiste il filo d’erba più alto
e quello più corto
alla fine lei appiana tutto.
Leviga,
purifica,
nasconde l’oscuro
ed è il suo candore
in primo piano .
Esplode
con una silenziosissima carezza alla terra.
Gela,
congela,
iberna,
ghiaccia…
non uccide
né il seme
né la tenera erba che sovrasta.
È giusta,
è una signora dalle buone maniere,
rispettosa,
e per quanto delicata…
sconvolgente!
Da contemplare e da giocarci,
da maledire e da dissetarsi.
Da lavarci la faccia,
da farci il pupazzo.
Da dire forte:
quanto sei bella!
Da ripetere ancora
provando a guardarti negli occhi.
Piedi,
per camminare,
andare,
dirigersi.
Un cammino,
non un percorso,
né un circuito
o una tappa.
È una crescita,
più di un viaggio,
è vita.
E ci sono passi pesanti,
scomodi,
doloranti…
ma perché?
È una scelta:
lento per cattiva egoistica scelta
o zoppicante per eccesso di zelo per altri.
Arrivò nella vallata il giovane
per immergersi si guardava intorno,
cercava il mare che non trovò mai lì,
cercava le montagne.
Oh sì, quelle sì!
A destra, a sinistra,
e col cielo chiaro
lì spuntava un cucuzzolo
e in fondo una che sembrava un calvo!
Li sognò tutti e due lungamente.
Un giorno non programmato:
"andiamo sul Cocuzzo"…
Cielo che nutre terra,
terra che ricambia con vita,
vita che esplode in colori
Un mio amico avrebbe recitato così:
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia."
—
Ho sempre notato questa anomalia morfologica delle montagne intorno alla mia città universitaria, ne sono sempre stato fortemente attratto, e quando arrivato, la presenza delle nuvole non è stato motivo di tristezza perchè ho realizzato quanto facciano parte di questo angolo di paradiso.
Al mio dio pagano: Fabrizio