Una foto profetica: gli africani di Rosarno bruciano, gli Italiani accavallano le gambe

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Era il 9 gennaio quando dall’ex Opera Sila-ESAC-ARRSA partivano volontariamente o coercitivamente gli africani di Rosarno. Quel giorno manipoli di giornalisti e di forze dell’ordine popolavano l’entrata del campo, diventato in quelle ore rifugio controllato, luogo sicuro e anche un po’ lager…

Una donna, ignota ai miei occhi, siede sul cordolo davanti il campo probabilmente stanca dall’attesa che gli stranieri venissero sfollati. Si mette comoda, accavalla le gambe. Dietro ancora bruciano pneumatici, bruciano la rabbia di chi ha visto il bastone dell’Italia… e allora forse quelle gambe accavallate, quelle spalle su quel busto, se vi impegnate, potrebbero sembrarvi una sagoma dell’Italia… che se ne frega.

Rosarno ancora brucia, l’autunno è alle porte… l’Italia se ne fotte.

Rosarno, un mese dopo

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Naturalmente non ho smesso di scattare foto, anzi…

Nell’ultimo mese mi sono dedicato altre volte di Rosarno.

Innanzitutto ho aggiornato la galleria "Quel che resta (dopo le ruspe)" che documenta l’abbattimento in diversi stati della Rognetta.

Sono state create altre tre nuove gallerie.

 

Un giorno di inizio febbraio, complice il bel tempo e la temperatura davvero bassa anche quiggiù in QuasAfrica, sono riuscito a scattare alcune belle fotografie al primo mattino al cosiddetto "engage" tra i francofoni.: l’ingaggio al lavoro quotidiano. Dunque ancora ce ne sono africani a Rosarno! Sì, ma davvero pochi, sicuramente meno di un centinaio e se la passano ancora peggio perché nonostante l’avversione delle forze dell’ordine, che sono arrivate a far multe di 7mila euro, perché i lavoratori non avevano con sé imbracatura e casco di sicurezza. Le forze dell’ordine inoltre non lasciano più abitare  gli africani nei loro soliti "villaggi" e quindi non potendosi permettere una stanza in affitto nel paese stanno nelle campagne, dispersi. Le loro condizioni di vita peggiorano.

 

Lo Stato dunque pare ci sia, ma solo per mostrare i muscoli, certo non per gestire il fenomeno. Il 5 febbraio sono arrivate le ruspe della Protezione Civile, "promettendo" di fare una bonifica.
Cos’è una bonifica? Credo per loro significhi mettere ordine, quasi una distruzione… certo non depureranno le acque di quella specie di latrina-discarica, né credo che disinfetteranno.
Non ha senso… ma  è solo la mia stupida opinione.

 

Con un’altra alzataccia ho potuto scattare un po’ di foto dentro l’ex Opera Sila-ESAC-ARSSA. E’ incredibile come tutto pare si sia fermato al 9 gennaio e poi sia stato preda della ruggine, del tempo… anche i colori vivaci delle tende si sono sbiaditi senza la vita di chi le abitava. Le foto parlano da sole. Gli oblò sono i silos dove alcuni dormivano, alcuni scatti sono anche fatti dentro di essi.

Buon viaggio.

A giorni sarà pubblicato un reportage fotografico di 8 pagine stampabile da pdf.

quel che resta (alla Rognetta dopo le ruspe)

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Oggi sono tornato a Rosarno.

Sono arrivato alla Rognetta dove, convinto che avrei trovato solo muri, invece ho scattato un po’ di foto ancora tutti gli indumenti e gli "arredamenti" delle baracche e dei containers erano lì… qualcosa mi dice che i migranti non siano stati invitati molto gentilmente a lasciare "casa loro"…

Metto un po’ di foto, ma ovviamente sono tutte visionabili dalla galleria.

un po’ di ironia

Ingresso del campo e del fabbricato

Dentro

Capanne, annus domini MMX

Brandelli e riflessi

La scala di filo e il bike-discount

 

scegli: rinchiuso o deportato?

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Oggi parlo di oggi.

Poche parole per accompagnare immagini fin troppo eloquenti e probabilmente poco spettacolari per quei palati che si curano con Auditel, ma io racconto e basta, nessun’altra pretesa.

Quattro i capitoli: partenze, strascichi (di ieri), attese, racconti.

Partenze
Appena arrivato erano già in movimento altri pullman per cercare di sgomberare dopo la Rognetta anche l’ex Opera Sila-ESAC-ARSSA. Ovvio che tutto era gestito molto umanamente con un megafono.








Strascichi
Le due giornate precedenti hano duramente segnato le strade di Rosarno pensano tutti e invece no, slo quelle vicino a dove abitavano i migranti.
Mi soffermo sulla foto del ferito e dell’ambulanza. Un ragazzo rimasto ferito ieri stamattina si è sentito nuovamente male: frattura non diagnosticata! Ma come si fa a non accorgersi di una frattura??? E’ stato portato nuovamente all’ospedale…




Attese
Attese dei datori di lavoro affinché pagassero il dovuto, attese di documenti riposti altrove, dove poi è stato appiccato fuoco da alcuni ragazzacci rosarnesi che bisogna tollerare più di troppo, attese di pullman, di treni, di speranze, di vite migliori…



Racconti
Per ricordarci quel proverbio africano che tanto non piace a noi "ogni paese è i suoi uomini" e allora io parlo di chi non andr° via fin quando non avrà il suo salario, di chi crede di trattare questa gente con i guanti di velluto e chi è convinto che la ‘ndrangheta in questo fenomeno non c’entri niente.

In sintesi
La mia sintesi è molto semplice: abbiamo risolto il problema con il metodo ariano: lager + deportazione!

come bestie

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"Come bestie - abitazioni di Africani a Rosarno 2009/’10" è un nuovo capitolo di un libro scritto con sangue e sudore di persone che arrivano in Italia per lavorare, scappando da miseria, persecuzioni politiche e guerre e non trovano altro che altra violenza, altra povertà.

Avevo scritto anche un anno fa nel post amare… arance amare interrogandomi sull’invisibilità di queste persone. Oggi pubblicamente al tg il prefetto ha confessato che esistono che le ha incontrate e che farà qualcosa per loro.

Con l’associazione Mammalucco onlus (di cui faccio orgogliosamente parte), sostenuti dalla Caritas diocesana, abbiamo preparato una cena con ricetta africana che è parsa gradita, più che altro per il fatto che abbiamo portato i djembé e i ragazzi si sono divertiti un po’, si sono svagati, hanno ballato sui loro ritmi, ad occhi chiusi, probabilmente ricordando la polvere africana.

Subito dopo l’associazione Mammalucco onlus (di cui faccio orgogliosamente parte) ha fatto una colletta tra le nostre amicizie e famiglie e abbiamo comprato tre djembé che abbiamo loro regalato il 6 gennaio con l’auspicio che potessero rallegrarsi talvolta.

Da questa esperienza è nata una raccolta di foto che andrà crescendo…
In quel pomeriggio del 30 dicembre 2009 ho avuto modo di fare una passeggiata dentro il principale capannone, scattare qualche foto alle loro "abitazioni" evitando di cogliere i loro volti per non essere riconosciuti dalle mamme che come si sa hanno poteri superiori e riescono a sapere sempre tutto.

Le foto sono visitabili anche dalla seconda pagina della galleria.